continua la narrazione intellettualoide italiana nel presentare i due anarchici come migranti vittime della malagiustizia, coprendo tutto il loro attivismo anarchico politico Riusciremo ad uscire da questa narrazione di merda?

Annunci

PER IL CAPITALE LA PACCHIA NON FINISCE MAI — Sebastiano Isaia

Colpa e punizione «È difficile scrivere di Soumayla Sacko. Martire perché nero, ucciso da un bianco. Martire perché sindacalista, difensore dei miserabili di San Ferdinando, dalle parti di Rosarno e Gioia Tauro. Martire speciale perché abbattuto come un cinghiale a San Calogero, e San Calogero in Agrigento è raffigurato nero, il santo eremita nero. Martire […]

via PER IL CAPITALE LA PACCHIA NON FINISCE MAI — Sebastiano Isaia

JIVYA SOMA MASHE,UN PICCOLO GRANDE UOMO

Marzo 2018

Il grande artista Jivya Soma Mashe, pioniere del movimento artistico

Warli non è più tra noi.

Insignito dal Governo Indiano della grande onorificenza “Padma Shri awardee”, ha ricevuto funerali di Stato ma pochi sono i giornali hanno riportato la notizia della sua morte.

Tutti coloro che come me hanno avuto la fortuna di intrecciare le loro vite con la sua, sicuramente vivono questa perdita come il resto della sua famiglia

Il mio amore per la pittura warli risale a circa una ventina di anni fa.

Avevo acquistato un libro che descriveva la loro arte e le immagini contenute mi avevano colpita molto.

Così successivamente decisi di visitare uno dei villaggi menzionati nel libro.

Era agosto, i sentieri erano fangosi e difficili da percorrere dopo il monsone, ma ero determinata a raggiungere l’abitazione del leggendario Jivya Soma Mashe, il primo artista warli uscito dai confini della pratica rituale e per la prima volta interpretata da un uomo.

Jivya, per la sua arte piena di passione, sacralità e originalità, oltre ad essere rispettato e tenuto in gran conto in seno alla propria comunità, è stato il primo della sua tribù ad aver ottenuto molti riconoscimenti, sia a livello nazionale che internazionale.

L’universo rappresentato nei suoi dipinti è un mondo incantato, costruito con una miriade di segni.

Le reti dei suoi pescatori sono così fitte e minuziose da sembrare ricami preziosi.

Nel 2004 al PAC di Milano ci fu una grande mostra che affiancava dipinti di Jivya a quelli di Richard Long, grande esponente della land art.

Visitai la mostra sperando anche di poterlo rincontrare, ma Jivya dopo l’inaugurazione era voluto tornare subito alla pace del suo villaggio

per vivere in maniera semplice secondo il suo precetto simple living, high thinking’. E così ha fatto sino all’ultimo.

A marzo di quest’anno ho sentito il desiderio di tornare nel suo villaggio,

il tempo era passato per tutti noi, Jivya, aveva ormai 84 anni e non lavorava più; purtroppo un mese prima della mia visita era caduto e si era rotto le anche. Non era più operabile, ma la testa funziona va ancora benissimo,

tanto da riconoscermi e gioire del nostro incontro.

Penso che l’autenticità di un dipinto warli possa e debbaessere valutata

oltre che dallo stile e dal contenuto dall’ineffabile legame con la vita.

Una vita artistica, quella di Jivya, che continua a vivere attraverso le abili mani

di figli, nipoti fino ai giovanissimi pronipoti, tutti pittori appassionati come lui.

È sempre una gioia poter parlare e far conoscere questo universo e così quest’anno ho accettato l’invito dellaProf. Cinzia Pieruccini, Università degli Studi di Milano, a tenere una lezione sull’argomento: per una strana e dolorosa coincidenza si è tenuta proprio il 15 maggio 2018, giorno della morte di Jivya.

Mi piace pensare che sia stato il mio piccolo saluto a un grande artista e amico.

Roberta Ceolin

via quando incontri tre bimbette rom sulla tua strada…

Un incontro inaspettato, bello e doloroso. Come ogni mercoledì abbiamo passato la mattinata in day hospital al Bambin Gesù Palidoro. Poi io Jenny e Sirio torniamo verso casa su strade di campagna, che si inseriscono a Roma nel quadrante portuense-corviale, dove la città ha le sue pecore, i suoi campi e luoghi strani. Al ponticello […]

via quando incontri tre bimbette rom sulla tua strada… — Polvere da sparo

Nessun reato, nessun mercato.

cropped-how-to-draw-Chimera-from-Fate-Grand-Order-step-0-1-3.png“Il recente dibattito parlamentare sulla proposta di legge di legalizzazione della canapa e i drammatici eventi che si susseguono quotidianamente sulla pelle dei consumatori hanno riacceso mediaticamente la logorante contesa politica tra correnti proibizioniste e liberali.
Dall’ultima relazione annuale sulle tossicodipendenze presentata in Parlamento, seppur notevolmente arrotondata per difetto, sappiamo che più di 6 milioni di italiani consumano abitualmente cannabis o suoi derivati e che circa un terzo degli studenti tra i 15 e i 19 anni l’ha usata almeno una volta nell’ultimo anno.
L’unico dato in costante crescita è quello del numero dei detenuti che oggi ci assegna il triste primato europeo negli arresti per reati connessi alle norme antidroga, il 32% , la metà dei quali solo per le cosiddette droghe leggere.
Ma a chi giova tutto questo? E quanti ne pagano le spese?
Tralasciando volutamente le analisi moraliste, tecniciste o legalitarie delle parti in causa, è necessario riflettere sulla funzione socio-economica che riveste il più grande business illegale al mondo, quello delle sostanze illecite.
Un mercato florido, estremamente versatile, capace di adattarsi alle esigenze dei clienti e di riorganizzarsi rapidamente dopo una azione repressiva, brillante esempio di capitalismo reso ancora più efficiente dalla completa deregolamentazione ottenuta e garantita dall’illegalità: nessun controllo di qualità, nessuna tassazione, nessuna tutela sul lavoro.
E proprio come ogni altro mercato capitalista, esso produce e acuisce differenze socio-economiche tra i suoi aderenti.
E’ qui, dunque, che l’indagine della realtà ci conduce ad una riflessione più profonda degli attuali orizzonti normativi: regolamentare e tassare la vendita di cannabis, cioè la sostanza vietata più consumata e col più basso indice di tossicità(più di 2kg di principio attivo puro per una persona di 70 kg di peso e nessun caso di morte mai registrato), rientra a buon diritto nel quadro teorico di ridimensionamento del mercato illegale a favore del monopolio di Stato, si rivela quindi come una traslazione di mercato con la sua conseguente regolamentazione fiscale.

Sappiamo però che modificare d’imperio le condizioni di un mercato capitalista, poco cambia che sia una delocalizzazione multinazionale o una improvvisa liberalizzazione del mercato interno, produce crisi economica sulle classi subalterne.
Di chi parliamo è presto detto: il mercato delle sostanze illegali necessita di una vasta rete di vendita al dettaglio che incida poco sul prezzo finale del prodotto e disposta, o per meglio dire rassegnata dalle proprie condizioni, a farsi carico dei rischi legali più ricorrenti, ovvero l’eterogeneo sottoproletariato urbano.
E’ ancora oggi questo variegato strato sociale a sperimentare per primo l’economia illegale di sussistenza: pensionati, studenti, disoccupati o lavoratori occasionali, a volte interi nuclei familiari che, per mezzo delle forniture all’ingrosso gestite in esclusiva dalla grande distribuzione mafiosa, si assicurano una compensazione economica per la loro costante precarietà.

E questo business, fortuna loro, finora è stato abbastanza grande da contenerli.
Ma le attuali proposte di regolamentazione della cannabis mirano, come avvenuto nei paesi con più lunga tradizione legalizzatrice, ad aprire nuovi ed enormi spazi di mercato a grandi gruppi economici nazionali e multinazionali incidendo sul mercato illegale fino ad ora garantito dal proibizionismo e che, a cascata, ha (mal)nutrito generazioni popolari. Perfino i pionieri delle politiche proibizioniste mondiali, gli Stati Uniti, hanno fiutato l’affare avviando enormi processi di legalizzazione mediante licenze private che, si stima, possano produrre fino a 44 miliardi di dollari entro il 2020.
E’ sintomatico quindi che nessuna proposta di legge attualmente presente sui tavoli istituzionali italiani punti alla semplice e completa depenalizzazione di uso e coltivazione della cannabis fuori da ogni regime di monopolio rendendola, di fatto, ciò che più evidentemente è: una pianta d’uso comune.
Fin troppo evidente che una proposta politica del genere annienterebbe qualsiasi interesse alla speculazione in un settore di punta dell’economia mondiale, logica conseguenza è il suo accantonamento e la sostituzione con i più disparati artifici normativi, proposti gradualmente a seconda dei settori produttivi da favorire: dalla cannabis terapeutica venduta da multinazionali del farmaco alle coltivazioni di canapa tessile con semi OGM non psicoattivi (non sia mai che a un contadino, nelle pause dal suo duro lavoro, venga voglia di farsi gratuitamente una canna!).

Nessun provvedimento legale affronta le contraddizioni economiche dei quartieri popolari e le gravissime e prolungate responsabilità politiche che hanno generato e mantengono precarietà lavorativa e povertà, principali catalizzatori sociali del mercato nero.
Nessuna interrogazione parlamentare si pone domande su cosa significherebbe sottrarre dagli strati economici popolari gli almeno 4 miliardi di euro stimati per il solo commercio di droghe leggere e su quali drammatiche conseguenze potrebbe avere sulla vita delle persone interessate.

E i milioni di posti di lavoro propagandati dai sostenitori italiani della liberalizzazione su quali modelli di previsione politico-economica basano il loro ottimismo in un mercato interno in voluto ritardo rispetto a chi, all’estero, da decenni ha già avviato imprese multinazionali della canapa pronte a cannibalizzare ogni nuovo paese?
Ancora una volta il copione si ripete: politica e capitale, mano nella mano, si avviano verso l’ennesima forma di sfruttamento degli attori sociali svantaggiati che, essi per primi, hanno cresciuto nella cultura di una illegalità di comodo e ai quali ora si vuole chiedere di adattarsi o perire per i cambiamenti richiesti dal mercato emergente.
La formula è ben rodata: nessuna critica complessiva dell’economia, nessuna assunzione di responsabilità sociale.

Come anarchici conosciamo bene questo squallido gioco, pienamente consapevoli che nessuna regolamentazione del mercato annulla le nefaste conseguenze della sua stessa esistenza e che l’unica tutela, per ognuno di noi, è la lotta da ogni forma di coercizione, legale o economica che sia, affinché chiunque possa affrontare responsabilmente le proprie scelte individuali nel e con il rispetto di una comunità solidale.
Per questo non accettiamo facili soluzioni sulla pelle di nessuno né commercializzazioni di comodo, sostenendo la completa libertà e consapevolezza in ogni scelta di vita.
E il nostro difendere il diritto alla piena autodeterminazione degli individui, come sempre, non toglie nulla all’esigenza della cura reciproca, all’attenzione sui rischi di qualunque uso o abuso di sostanze e alle responsabilità sociali che ne derivano, piuttosto le rafforza smascherando chi da troppo tempo lucra sulla bilancia tra legalità e repressione, unica reale causa di sfruttamento, emarginazione sociale e morte.”

Articolo tratto da:

https://gruppoanarchicochimera.noblogs.org/post/2018/04/12/nessun-reato-nessun-mercato/

Il criminale è l’elettore.

“Il criminale è l’elettore. (…) La scelta è tua, tu l’elettore, tu, che accetti ciò che esiste; tu, che, con il tuo voto, sancisci tutta la tua miseria; tu, che, votando, consacri la tua servitù. (…) Tu sei una minaccia per noi, uomini liberi, anarchici. Tu sei pericoloso quanto i tiranni, come i padroni a cui ti consegni, chi voti, chi eleggi, chi sostieni, chi nutri, chi proteggi con le tue baionette, chi difendi con la tua forza bruta, chi aduli con la tua ignoranza, chi legittimi con la tua scheda e chi ci imponi per mezzo della tua imbecillità. (…) Se i candidati avidi di mandati e ripieni di stupidità, ti grattano la schiena e pizzicano il culo della tua sovranità di carta; se ti intossichi dell’incenso e delle promesse in cui sei stato immerso da coloro che ti hanno sempre tradito, chi ti ha ingannato prima e chi ti ingannerà di nuovo domani; questo è perché tu sei come loro. (…) Andiamo, vota! Abbi fede nei tuoi delegati, credi in coloro per cui hai votato. Ma smettila di lamentarti. I giochi che subisci, sei tu che li imponi. I crimini di cui soffri, sei tu che li commetti. Sei tu il capo, sei tu il criminale e, ironia, sei tu lo schiavo, sei tu la vittima.” (A. Libertad, Le Culte de la charogne. Anarchisme, un état de revolution permanente (1897-1908), Marseilles, Agone, 2006.)