Breve discorso sul reddito

Del reddito o dell’incompatibilità di sistema
Il discorso è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori legati alla ricerca di percorsi emancipativi che il “movimento” sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri.
L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti di base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta ed il mutualismo; associati a questi si pone l’obbligo di ridefinire talune strategie e recuperare alcuni particolari significati. Nello specifico, prima di affrontare i concetti di base, è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale: si farà quindi riferimento ad un processo necessario, che qui viene definito di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico – processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto, oramai svuotato di senso, di identità di classe. Il secondo significato oggetto dell’analisi è quello dell’incompatibilità col sistema, la quale si esplica come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale – quindi strutturale – con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si intraprendono percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso: nella fattispecie nicchie di mercato.
È chiaro che ci si muove nell’ambito di una critica radicale condotta con gli strumenti della decostruzione delle narrazioni ufficiali – la mercificazione totale ed il mercato come unico orizzonte di senso possibile – e delle contronarrazioni “antagoniste”, ossia la ricerca di forme alternative per l’ottenimento di reddito apparentemente fuori dalla logica mercatale.
Identificazione necessaria
Cosa accade nel momento in cui alcune categorie sembrano saltare e la percezione del proprio essere parte di qualcosa viene meno? Spesso si genera una sorta di smarrimento edulcorato dalle esigenze e dai bisogni, si perde gradualmente la percezione di cosa si è e si tenta di ristabilire un equilibrio gettandosi in granitiche convinzioni identitarie o nella strenua difesa di tradizionalismi, dei quali si è smarrita la memoria del senso.
Identificarsi come componente sociale non è un passo semplice, non è un processo immediato; capire cosa si è e che ruolo si svolge nell’economia della società vuol dire portare fino in fondo una critica alla struttura stessa della società, nel nostro caso la società capitalista.
Identificarsi vuol quindi dire, analizzare la fase attuale, mettendola a confronto con l’analisi delle altre fasi nella storia: identificazione e identità sono due concetti dissonanti nella misura in cui il primo serve da bussola per capire in quale parte della società attuale dovremmo collocarci, l’identità dovrebbe invece definire la presa di coscienza sulla condizione che comporta il nostro essere in un punto della piramide sociale piuttosto che in un altro. La fase storica che stiamo attraversando è si complessa, ma è anche molto confusa; lo schiacciamento che la classe media ha subito, come contrazione necessaria al superamento di una crisi ciclica, quindi come eliminazione di una parte sostanziale di garanzie socio-economiche in nome della sopravvivenza dell’upper class e dell’accumulazione capitalista, non è vista da molti nella sua genuina semplicità. L’errore storico commesso in questa fase è stato quello di innestare le rivendicazioni della classe media, cioè di riconquistare la sua egemonia perduta, in un percorso presuntuosamente antisistema: da qui la centralità del reddito nei discorsi e nei documenti che si sono succeduti negli ultimi dieci anni. La domanda quindi a questo punto è inevitabile, pur nella sua brutalità: cosa cerca una buona parte del cosiddetto movimento, nuove modalità di conflitto e incompatibilità o semplicemente di riconquistare il terreno perduto, in quanto tale parte di movimento è innegabilmente borghese?
Identificazione quindi come passo necessario per capire cosa si è in funzione delle rivendicazioni che si perseguono. Solo nel momento in cui ci si riconosce come parte del problema si può lavorare a quella genuina decostruzione dei propri schemi e preconcetti per avviare un percorso di incompatibilità totale col sistema.
Il mercato
Un’altra osservazione necessaria per decostruire narrazioni viziate da contraddizioni profonde è che, se per mercato si intende l’ incontro tra domanda e offerta, da questa logica non si esce: il baratto e la banca del tempo, fortemente sbandierati come strumenti alternativi alla logica della mercificazione totale, non sfuggono affatto alla dinamica di domanda, offerta e valore dato all’oggetto o al tempo (leggi servizio) – per quanto paradossale anche il capitalismo fa a meno del denaro in talune situazioni. I voucher che si propinano come pagamento (intero o parziale che sia) per prestazioni d’opera cosa sono se non una sorta di baratto: tu mi dai il tuo tempo (di produzione), io ti ripago con beni o servizi commisurati al valore del tuo tempo. È un dato interessante che, nella crisi di liquidità, anche le punte avanzate del capitale aggirino l’ostacolo della liquidazione del valore di scambio in moneta, preferendo usare la moneta come semplice indicatore, pagando lo stesso valore in servizi e merce.
Se per mercato si intende invece uno strumento, per mezzo del quale il sistema capitalista agisce sul controllo sociale, imponendo un percorso all’agire politico dei regimi democratici, allora siamo su un terreno più fertile per la discussione, anche se non privo di ostacoli o tranelli. Il mercato non è quindi solo quel momento in cui si trova un equilibrio tra interessi e bisogni, ma uno strumento che porta avanti interessi particolari nei confronti di necessità collettive, attraverso la creazione della scarsità e ripagando i suoi fedeli operatori con la massimizzazione degli utili. Quindi entra in gioco il valore di scambio e il valore associato allo scambio stesso che genera altro valore, in una successione di passaggi che generano valore, che capitalizzano quindi l’investimento iniziale massimizzandone il profitto, profitto che viene misurato in moneta.
Qui bisogna aprire una breve parentesi sul significato della moneta, che oscilla tra l’essere “merce delle merci” all’essere intermediaria tra le merci, e questo in funzione dell’ambito cui ci si riferisce – se macroeconomico o microeconomico – il che complica un po’ le cose creando sistemi dai quali è assai difficile svincolarsi nel momento in cui si ricorre al mediatore, costituito dalla moneta, per quantificare il valore di uno scambio.
Quindi quando alcuni percorsi si definiscono “spazi fuori mercato” non v’è chiarezza da quale mercato si intenda uscire: è quindi su questa ambiguità di fondo che si tenta di tenere in piedi una struttura che non accenna ad essere incompatibile con alcunché. A poco servono anche le monete locali o le monete virtuali o tutti questi meccanismi che apparentemente rompono alcuni schemi, ma che non sono altro che delle interfacce utili al mantenimento di delicati equilibri economici locali, spesso vincolando piccoli commercianti ad un circuito che esiste solo nel momento in cui la moneta locale è esigibile, in un dato momento, in valuta legale.
Ma andando oltre i labirinti de i tecnicismi, ritroviamo in questi percorsi di emancipazione apparente dall’ambito mercatale delle logiche talune volte paradossali, ad esempio i tempi di lavoro e il valore del tempo di produzione.
La contraddizione maggiore risiede nella pratica dell’autosfruttamento, ossia il logorio fisico del darsi anima e corpo in un’esperienza, definita “altra” dalla logica mercatale, per perseguire un reddito inteso come scollegato dai rapporti di forza insiti nella produzione, senza accorgersi di essere caduti all’interno di una logica assai più bieca dello sfruttamento collettivo aziendale con un “autosalario” spesso più basso del minimo sindacale. Su questa falsa pista in molti hanno costruito percorsi di auto-reddito, che hanno avuto come prima conseguenza l’abbandono della politica e della militanza attiva, piegata a quella stessa logica mercatale – e al suo necessario corollario di alienazione – dalla quale si pretende di sfuggire. In secondo luogo questi percorsi hanno imbrigliato forze militanti entro binari rigidi, avendo legato l’esistenza di un collettivo o di un gruppo generico all’autosussistenza, caduta la quale il gruppo si sfalda o a causa della quale il gruppo “degenera” in una azienda vera e propria, il cui scopo principale è produrre reddito, il che non è di per sé negativo se non fosse che spesso questa esigenza è celata dietro una cortina di impegno politico e di vaneggiamenti antisistema.
Il reddito nell’agire politico
Negli anni recenti si è spesso dibattuto su varie tematiche legate alle conquiste sociali. Dall’abitare, all’istruzione, alla salute finendo poi, con un processo quasi filologico, all’enucleazione del reddito come elemento base per avere accesso a tutto ciò che da conquista è divenuto servizio, acquistabile in funzione della propria capacità di spesa. Questo ribaltamento nella visione sociale in termini di progressiva perdita di conquiste, quindi da qualcosa che è dovuto in quanto sancito da concordati, carte costituzionali, statuti e codici vari, si è giunti a qualcosa cui poter accedere tramite l’acquisto. Il fatto di acquistare un servizio comprende l’indebitamento come metodo per accedere al denaro necessario: ciò ha di fatto causato uno scivolamento delle rivendicazioni su di un terreno assai impervio e pericoloso – rivendicare il reddito in sé come bene primario e necessario, ha potenziato i ranghi di coloro i quali valutano positivamente il reddito di cittadinanza, il reddito universale e il reddito sociale, come elemento necessario per superare il problema di accesso a beni e servizi.
Su queste tipologie di reddito, sociale, di cittadinanza e universale, va notato che il primo è fondamentalmente una forma di sussidio di disoccupazione – come il Reddito di Inclusione recentemente approvato dal Governo Italiano ma anche le proposte in tal senso fatte dal M5S, che, prendendo a modello l’Hartz IV tedesco introduce pesantissimi e pervicaci dispositivi disciplinari atti a controllare in modo costante e profondo la vita di chi andrà a percepire questi, per altro miseri, redditi. Nel paese, la Germania, dove questo modello è nato e si è sviluppato la riforma che ha trasformato il welfarestate in workfarestate, lungi dal creare nuovi posti di lavoro, ha semplicemente costretto milioni di persone a lavori a basso salario, in parte elargiti dal datore di lavoro e in parte dallo stato, ed a subire un costante monitoraggio da parte dell’apparato burocratico statale. Tale sistema, che si vorrebbe ora in parte replicare in Italia, atomizza i bisogni collettivi della classe-in-sè in bisogni individuali che vengono soddisfatti dall’alleanza tra stato e imprese in cambio della quiescenza dell’azione collettiva andando a inibire la coscienza di sé stessi come proletari, portatori strutturali di un collettivo e materialmente definito interesse di classe e gettando l’individuo dipendente da questi sussidi come in una vita da monade, pura vita biologica soggetta al totalitario potere del dispositivo di dominio da cui si potrà riscattare, secondo la narrazione dominante, solamente tramite un percorso individuale, guidato dalla burocrazia. con cui diventare imprenditore-di-sè. Inutile dire che per motivi strutturali, quali concentrazione di capitale e l’ovvia mancanza di mobilità sociale, questo obiettivo di auto-responsabilizzazione è assolutamente una vile menzogna.
Il Reddito Universale è un concetto che differisce dai redditi di sussidio in quanto è un reddito che dovrebbe essere percepito da chiunque a prescindere dalla sua situazione economica e collocazione di classe come compenso economico per la produzione di dati, sia nel senso di dati immediatamente quantificabili che di dati di tipo qualitativo, memi culturali, che vengono successivamente drenati e messi a valore dall’economia dei Big Data e più in generale vengono sussunti nel general intellect e messi a profitto.
In realtà non si tratta altro che di un nuovo modo di tentare di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, di togliere la produzione dalla palude del mercato generata dalla stagnazione dei salari e, in questa fase, da un esercito industriale di riserva che diventa sempre più puro esubero di merce-lavoro non assorbibile da un modo di produzione nel quale aumenta costantemente l’automazione anche per i lavori cognitivi, oltre che per i manifatturieri. Questo reddito di base, garantito a tutti, infatti servirebbe a finanziare l’acquisto di beni accessori e beni di lusso, tecnologia soprattutto, tramite il mercato dei crediti. Nei fatti un sistema per finanziare ulteriormente la spirale del debito individuale e ricordiamo che nel mondo anglosassone il debito studentesco, ciò che i neolaureati devono restituire, con gli interessi, quanto le istituzioni finanziare che hanno prestato loro per accedere all’alta formazione, ammonta a 1,4mila miliardi di dollari, di cui 376,3 miliardi sono costituiti dal debito di studenti sotto i trenta anni.[1]
In pratica chi si approccia al mercato del lavoro con un’alta specializzazione come raccomandato per anni dalle istituzioni, ha da subito decine di migliaia di dollari di debiti da ripagare agli istituti di credito. Il Reddito Universale sarebbe quindi niente altro che un modo di finanziare il debito di una classe media sempre più in via di proletarizzazione a livello globale e non è un caso che venga sponsorizzato anche dai nuovi robber barons del digitale.
Reddito e salario
Al di là del reale significato e delle confusioni tra i vari tipi di reddito e gli strumenti che garantiscono il welfare, si dovrebbe aprire una discussione anche su quest’ultimo che va ricordato essere uno strumento di esproprio di quota parte del salario. Nelle fasi precedenti l’avverarsi della crisi economica (che è immanente al sistema capitalista), gli interventi sono sostanzialmente duplici: sostenere artificialmente la domanda prima e “socializzare” l’aumento del costo del lavoro nella fase di sovra produzione. “Lo stato del capitale è perciò chiamato a pagare quelle componenti del salario di classe che figurano come oneri sociali, per alleviare i conti del capitale, fornendo ‘servizî’ gratuiti o semi-gratuiti, che altrimenti dovrebbero essere comprati e pagati con reddito, e con reddito salariale in particolare”.[2] Pagare i servizi con reddito anziché direttamente con capitale, secondo Marx, non è vuol dire progresso ma è un dato di arretratezza, nel senso di supremazia del capitale. Ciò in definitiva vuol significare che le quote salariali che i capitalisti risparmiano grazie allo Welfare state, sono pagate dagli altri lavoratori, mediante un trasferimento coatto interno al totale dei salari, senza però incidere sul plusvalore totale – in quanto prelevato appunto dal salario stesso – ma anzi accrescendolo mediante un trasferimento in direzione a esso favorevole.
Quel che è interessante notare è come si sia progressivamente prodotta una mutazione nelle rivendicazioni concernenti proprio la questione del reddito. Ma a ben vedere la questione si amplia, nel momento in cui vi può essere una disponibilità economica maggiorata indipendentemente dal fatto se si percepisca o meno uno reddito monetario, che è il presupposto del reddito universale, si pone quindi in essere l’aumento della capacità di spesa pro capite, quindi si è disposti, ad esempio, a pagare un canone locativo lievemente più alto o subire in maniera passiva la privatizzazione e l’aziendalizzazione dei pubblici servizi. Si rende socialmente accettabile un passaggio epocale, ossia il sostegno indiretto ma palese alla produzione di beni e servizi, insomma un trasferimento di denaro derivato dalla fiscalità generale (e quindi per la più parte dall’esproprio di una parte del salario) dalle casse statali alle casse delle aziende passando dalle tasche del cittadino-utente.
Ma questa non è che la parte emersa del problema, il cambio di prospettiva sul reddito diretto come diritto ha di fatto distorto le prospettive di un immaginario collettivo, che ora rivendica denaro e non conquiste materiali o, ancor peggio, rivendica il denaro come strumento di accesso ai servizi pubblici, cancellando al contempo la questione fondamentale della diminuzione dell’orario di lavoro. Il reddito è oggetto di dibattiti complessi, ma la sua centralità è sempre stata vista come positiva, mai come problematica da decostruire. L’esigenza del reddito è centrale, ma questa sua centralità deve essere indagata; l’esigenza di moneta è si centrale, ma solo in una società mercatale, ossia nel modo di produzione capitalista. Quindi l’esigenza di moneta come unico mezzo per accedere a beni e servizi è già inscritto in una visione particolare della società, è essa stessa l’emanazione più genuina di una particolare narrazione, la quale concepisce l’acquisto di beni e servizi – non esclusi quelli essenziali – come unica forma possibile di accesso a tali mezzi di sostentamento dell’individuo e che vede nel mercato l’unica forma di relazione e di rapporto sociale: questo è in estrema sintesi il mantra del capitalismo.
Costruire l’incompatibilità
Una decostruzione analitica della narrazione neoliberista è quindi un passo essenziale nella costruzione di un immaginario conflittuale, che non deve però procedere sul solo binario del conflitto di piazza, ma deve mirare a costruire un livello di incompatibilità crescente, radicale e radicata nei territori. Con questo non si invita né all’eremitaggio né alla favola del ritorno all’antico e al bucolico – se mai l’antico fu un periodo di felicità contadina – né all’isolamento ideologico né tanto meno alla creazione di nuove società tribali. Quel che si propone è un rovesciamento della narrazione capitalista attraverso la il riconoscimento delle contraddizioni prima e la pratica dell’incompatibilità poi.
Molte esperienze e discussioni non hanno mai creato le doverose istanze di incompatibilità con il sistema mercato, ci si ritrova quindi a dibattere su come riappropriarsi di reddito o su come disarticolare spazi per un libero ottenimento dello stesso, svincolato da leggi e regole, nella speranza che questo basti ad avviare un processo di reale emancipazione dai dettami del sistema mercatale di riproduzione del reddito. In realtà si liberano risorse e si creano dei microredditi attraverso l’economia informale, che nel complesso sgrava lo Stato e il sistema in generale, da alcuni obblighi e oneri. In questo complesso flusso di dibattiti e analisi è spesso sfuggito il concetto stesso di reddito e cosa invece potrebbe configurarsi come suo sostituto, il riappropriarsi dei mezzi per la produzione di reddito indiretto – un tempo definito salario indiretto – cioè beni e servizi non mediati dalla quantità di moneta, in breve recuperare il valore d’uso nell’ottica di dissacrare il valore di scambio.
Quello che colpisce è che nella rincorsa al reddito, spesso si sottovaluta la direzione verso la quale si avvia la rivendicazione, si perde di vista il fatto che ciò che si chiede è la crescita economica nella sua più genuina formula neo-classica, ossia la generalizzata crescita del reddito pro capite. Che a chiedere ciò sia la classe media, in un tentativo di recupero del suo potere di spesa, quindi dei suoi storici privilegi, non sorprende; il problema e la contraddizione esplodono, quando queste istanze divengono le parole d’ordine di un intero movimento e di una intera generazione che in nome del conflitto di classe chiede semplicemente accesso al reddito, cioè potere d’acquisto.
Quando poi si ammantano di connotati rivoluzionari alcune pratiche, tendenti a scavare nicchie nel mercato globale, le quali non emancipano dalla necessità del reddito diretto ma ne fanno addirittura il fine ultimo, è chiaro che qualcosa è sfuggito di mano. Nella ricerca dell’autodeterminazione attraverso l’auto-reddito ci si imbatte in alcune dinamiche che tendono a costruire una serie di rapporti, allorché su scala ridotta, mimano la complessità della produzione di massa con effetti quali l’autosfruttamento. Quindi orfane di un preciso percorso politico verso la reale incompatibilità col sistema mercato molte sperimentazioni concedono al mercato molto di più di quel che ottengono in termini di lavoro politico verso la reale decostruzione della narrazione capitalista – e figuriamoci delle pratiche! In questi percorsi lo sforzo di realizzare un profitto finisce col depotenziare il conflitto e dirottare energie dal movimento alle produzioni di nicchia quindi alla produzione di reddito.
Si assiste inoltre alla nascita di relazioni di tipo meramente economico tra varie realtà, che sono anche lontane tra loro da un punto di vista di pratiche politiche – a questo punto vere o presunte – nelle quali le diversità o le divergenze vengono quasi annullate dalla comune esigenza di fare cassa. Accordi che possono venire meno nel momento in cui sparisce l’interesse principale che sostiene il reciproco interesse mercatale. Si assiste quindi alla riproposizione della nascita e dell’estinzione di meri rapporti commerciali, i quali seguono la ferrea logica da bottega della massimizzazione dei profitti a fronte di un minimizzazione dei costi. Questa quindi sovraintende alle relazioni altre in maniera sempre più pervasiva man mano che le relazioni si fanno sempre più di natura economica venendo meno il piano del percorso politico e sociale e rendendo , al contempo, sempre più difficile costruire delle pratiche di reale mutuo appoggio.
Va anche ricordato che tali produzioni trovano una domanda in quegli strati sociali che hanno una discreta capacità di spesa, in un paradosso tipico del nostro tempo e tutto interno al capitalismo: si tenta di combattere il soggetto sociale che sostiene economicamente il “conflitto”, ci si trova quindi ad essere mantenuti esattamente da quel soggetto contro il quale si è convinti di lottare.
Il concetto stesso di mercato è di per sé ineliminabile senza un passaggio necessario di eliminazione del concetto di valore, nella fattispecie del valore di scambio. Fintanto che si utilizza il denaro come mezzo per definire il valore di un processo produttivo o di un oggetto saremo immersi nel mercato ed a nulla servono i proclami di presunte zone franche. Senza scendere troppo nelle definizioni e nei meccanismi economici, si deve qui porre in chiaro una serie di aspetti e affermazioni che si pongono come erronei o fuorvianti.
Sarebbe più corretto parlare di economia informale piuttosto che di spazi fuori mercato, anche perché la prima apre ad una serie di analisi, potenzialità e dinamiche molto interessanti, a patto che si accetti la contraddizione originaria di dipendere da un mercato monetario.
L’economia informale si pone come microsistema svincolato da regole esterne e sostenuto dal solo scambio interno, un ibrido tra servizi, beni e moneta: questo tipo di economie è tipico, delle bidonville, delle favelas, delle realtà rurali più o meno remote ed un tempo sopravvivevano anche nei quartieri popolari, sistemi sociali nei quali il valore di scambio viene spesso a comporsi di una parte in denaro e una parte in beni o servizi, senza nessun costo aggiuntivo prodotto dalla tassazione. L’unico aspetto che lega questi microsistemi al mercato esterno è la svalutazione della moneta, ma solo nel momento in cui si acquistano prodotti all’esterno del sistema, il che produce una sorta di inerzia interna che rallenta l’aumento dei prezzi in quanto compensati dagli altri elementi che compongono il valore di scambio.
In termini assoluti il concetto di mercato è ineliminabile ma può essere riportato a scala umana modificando l’elemento che media lo scambio, passando dalla monetizzazione del servizio ad uno scambio di servizi, insomma dal valore di scambio al valore d’uso. Con questo non si intende buttarsi alla cieca nel baratto o nella banca del tempo, ma eliminare progressivamente l’esigenza assoluta di denaro – questo sarebbe già un percorso interessante da analizzare.
Veniamo quindi ad uno dei nodi centrali della questione: abbiamo fin qui distinto il reddito in due categorie, il reddito diretto – salario o stipendio – e il reddito indiretto – ossia il valore d’uso di beni e servizi forniti in un sistema di welfare state o di ciò che ne rimane. Il primo non è riproducibile al di fuori del mercato in senso lato, sia esso quello monetario, il quale determina il costo ed il valore di scambio della moneta,sia quello del lavoro che determina il costo del lavoro, quindi i salari e gli stipendi, e infine il mercato di beni e servizi il quale determina costi, prezzi e tariffe di beni e servizi. Il secondo tipo di reddito, quello indiretto, è riproducibile parzialmente al di fuori dell’egida mercatale o quantomeno fuori dal mercato monetario e del lavoro, nel momento in cui si entra in possesso di conoscenze e mezzi di produzione e attraverso l’organizzazione. È chiaro che un percorso politico che mira all’emancipazione sociale dal giogo della mercificazione totale, non può che puntare alla progressiva riduzione dell’esigenza di denaro primo e di un aumento dell’autoproduzione ed autogestione di beni e servizi.
Siamo nel campo delle ipotesi e della speculazione teorica, un tempo definita utopia, ma è pur vero che se da un lato il reddito serve per poter accedere a beni e servizi, nel momento in cui questi si riesce ad autoprodurli e autogestirli almeno in parte, il fabbisogno di moneta comincia a decrescere, fino a limiti fisiologici imposti dal sistema economico e sociale nel quale si è immersi. Con questo non si intende un eremitaggio di massa o un ritorno alle istanze bucoliche: si intende mettere a sistema la tecnologia disponibile per sopperire alle tariffe dei servizi energetici, si intende una messa a sistema delle conoscenze per sopperire alla scarsità di servizi collettivi – ad esempio ambulatori popolari e istruzione autogestita.
È abbastanza chiaro che organizzare una qualsivoglia microfiliera produttiva è assai più semplice che autoprodurre progressivamente quello di cui si ha bisogno, dai beni di largo consumo fino all’energia, ma il portato socio-politico del percorso è decisamente più ambizioso. Da un lato abbiamo un percorso col quale si aggrega su istanze meramente reddituali, quindi su di uno specifico interesse, dall’altro si ha un percorso di partecipazione che coinvolge su interessi molteplici e libera una serie di potenzialità insite nel mutualismo e nei processi di condivisione.
Utopia certo, ma altrove discorsi del genere hanno permesso di impostare dei percorsi di autodeterminazione di interi quartieri o villaggi. È chiaro che debbano essere prese le giuste proporzioni prima di immaginare qualcosa del genere, ma saltarli a piè pari senza prendersi la briga di ragionare sulle potenzialità e preferire percorsi meno complessi, non sta fornendo, in termini di conflitto, i risultati sperati. Fin qui è stato sempre implicitamente posto un aut aut, o il reddito o il conflitto: probabilmente si può uscire da questo dualismo attraverso le pratiche del mutualismo conflittuale, inserite nella riappropriazione dei mezzi di produzione e nell’autogestione di servizi via via sempre più essenziali.
lorcon e JR
NOTE
[1] Fonte: https://www.cnbc.com/2017/06/14/heres-how-much-the-average-american-in-their-20s-has-in-student-debt.html).
[2] Gianfranco Pala, “CLASSE, SALARIO, STATO” la merce forza-lavoro per il salario sociale contro lo stato sociale, in Lo stato a/sociale, Laboratorio politico, Napoli, 1998.
Dal sito: http://www.umanitanova.org/2017/11/19/breve-discorso-sul-reddito/

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VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO” — Sebastiano Isaia

Ho scritto questo post ieri; esso prescinde quindi dagli ultimi sviluppi relativi alla sempre più violenta e ingarbugliata crisi sociale venezuelana. Molti analisti di politica internazionale ritengono, forse non a torto, che l’attuale Presidente venezuelano si stia giocando il tutto per tutto: «o tutto il potere possibile o niente». La ricerca di un compromesso con […]

via VENEZUELA. IL PUNTO SUL “PROCESSO SOCIALE BOLIVARIANO” — Sebastiano Isaia

L’ALBA DEL PARAMILITARISMO AMERICANO DEL 21mo SECOLO

Link all’originale: https://itsgoingdown.org/dawn-21st-century-american-paramilitarism/

Traduzione di Luca Filisetti

L’ALBA DEL PARAMILITARISMO AMERICANO DEL 21mo SECOLO
Siamo nella fase montante di una pericolosa deriva nella società americana moderna.
Una nuova minaccia inizia a profilarsi all’orizzonte. La percezione umana è ciò che è, non possiamo avere certezze sul futuro, non importa di quanti paralleli storici riusciamo ad utilizzare come termini di paragone. Ma se si crede ai presagi con i quali abbiamo avuto a che fare in questi mesi, la presidenza di Donald Trump segnerà l’inizio di quella che potremmo chiamare una “guerra di bande politiche”.
Gli eventi di giugno hanno rimodellato la lotta in corso tra fascismo ed antifascismo così come la conoscevamo. Mentre questo mese ci ha offerto i più grandi incontri antifascisti che si ricordino negli ultimi anni, ci ha anche mostrato il volto di un nemico mortale che è stato gradualmente incubato all’interno di quella accozzaglia instabile che è l’alt-right. Oltre alla violenza scatenata da un rafforzamento delle politiche reazionarie, abbiamo verificato la realizzazione dell’inevitabile collusione tra polizia e fascisti. Ed ora un tentativo maldestro di assassinio ha messo nelle mani dell’amministrazione Trump un mezzo conveniente per demonizzare la sinistra e, allo stesso tempo ergersi come un bastione di pace, mentre noi rimaniamo bersaglio sia della polizia che dei teppisti di destra.
Se nel prossimo futuro saremo disattenti, se non sapremo valutare la gravità della nostra situazione, se ignoreremo i segni di pericolo, potremmo non riconoscere questa nuova minaccia fino a che non ce la ritroveremo alle porte di casa: il paramilitarismo nazionale di estrema destra.
Questo scritto non riuscirà – né pretende di farlo – a proporre una rubrica su quale sia il modo migliore per difendere il movimento. Nessuna persona e nessun singolo documento può tenere conto di ogni variabile in gioco, né parlare per ogni altra individualità o per la comunità. Detto questo, l’articolo va considerato come un avvertimento, un’analisi sobria di ciò che potremmo trovarci di fronte e dei pericoli che potremmo correre come bersagli della violenza ratificata dallo stato.

DAI MEME AGLI ORDIGNI ARTIGIANALI: LA MATURAZIONE DEL MOVIMENTO FASCISTA
Negli ultimi mesi abbiamo sentito lunghe litanie di crimini commessi nel nome del dominio statale e dell’ur-fascismo. Ma giova ripetersi ancora una volta, cosicchè nessuna ambiguità possa offuscare il nostro giudizio sulle minacce che stiamo affrontando. Solo negli Stati Uniti e solo in quest’ultimo anno, i crimini d’odio sono immensamente aumentati. Il mese successivo alle elezioni, il Southern Poverty Law Center Hatewatch ha catalogato 1094 casi di attacchi motivati dal pregiudizio, dei quali solo 26 non sono stati attribuiti alla destra e ai supporter di Trump[1]. Le popolazioni urbane vedono in crescita questo trend, con alcune aree che presentano aumenti del 40% della frequenza dei crimini d’odio[2]. Il terrorismo suprematista bianco è stato incoraggiato e gli autori di queste violenze agiscono con una rinnovata fiducia. Alex Scarsella ha aperto il fuoco su un gruppo di manifestanti di Black Lives Matter, ispirato dal tempo passato sulle board più tossiche di 4chan[3]. Dylann Roof ha ucciso nove fedeli lasciando un manifesto nato dalla radicalizzazione di Stormfront. Due seguaci dell’alt-right hanno tentato di uccidere un membro dell’IWW a Washington[4]. James Harris Jackson si è imbarcato su un pullman a Manhattan con l’intenzione di commettere una mattanza ritualistica anti-neri. Sean Urbanski ha ucciso Richard Collins, dimostrando allo stesso tempo odio e disinteresse per la visibilità del suo crimine. Gli omicidi di Portland hanno impresso nei nostri occhi le immagini di un fascista dallo sguardo spento avvolto nella bandiera di Bennington. Questa lista è incompleta. Non c’è abbastanza spazio in questo documento per le lunghissime liste di vandalismo, incendi dolosi, sparatorie e minacce dirette ad immigrati, ebrei, musulmani e membri della comunità LGBTQ+. Nel complesso, costituiscono una mappa della presenza crescente di un terrorismo fascista violento e concreto in America. Ci rivelano l’estensione dell’odio che ancora alberga in questa società apparentemente democratica.
Osservando tutte queste dinamiche abbiamo capito come l’alt-right stia lentamente metabolizzando gli elementi più dannosi, odiosi e corrosivi dell’ideologia reazionaria. Quello che era iniziato con l’infestazione ripugnante della campagna Gamergate, ora incorpora nazionalisti bianchi, fascisti dichiarati e neonazisti senza vergogna. L’alt-right ha adottato la bandiera nazista, la retorica della pulizia etnica e cerca brutalmente di rimodellarsi in una forza di combattimento che indossa abiti da poco ed utilizza un armamentario laico. Hanno reso degli eroi folkloristici dei teppisti degenerati come Kyle Chapman ed hanno creato club formali come i Proud Boys, per decorarsi col simbolismo dell’autorità e della supremazia.
Giugno è divenuto un momento di riflessione non solo per la sinistra in evoluzione, ma anche per la destra. Ora è il momento di fare selezione, mentre i fascisti sono alla ricerca di un’identità uniforme che ancori il loro movimento ancora senza una direzione precisa.
Ci siamo fatti delle grosse risate con questa difformità di intenti, ad esempio quando un idiota solitario appartenente all’area alt-right che stava brandendo un meme di Pepe the frog è stato avvicinato dai suoi compagni destrorsi durante quel ludibrio che è stata la manifestazione per la protezione della statua di Sam Houston in Texas[5]. Vestito con un drappo raffigurante il sole nero, ha infastidito la folla più anziana, alla quale non piaceva che il suo gergo internettiano venisse associato alla loro immagine di “orgogliosi confederati”. Espulso violentemente dalla manifestazione, rimarranno nella storia le sue parole “These are good memes!”
Un fatto sicuramente divertente. Ma visto nel contesto più ampio dell’espansione dell’alt-right in America, dimostra che l’estrema destra sta cercando di impostare forme più coscienti di movimento. Includendo i fascisti, si sono sviluppate la sete di dominio e l’elitismo di massa, principi sui quali poggia la loro ideologia. I 4channers ossessionati dai meme divertenti sono stati schiacciati sotto il tacco del fratello maggiore impaziente e senza senso dell’ironia. Molto presto i membri più giovani dell’alt-right si renderanno conto che non c’è posto per chi devia dal percorso principale nella Vaterland.
Arriviamo quindi all’oggi con la consapevolezza che i gruppi neonazisti connessi con l’alt-right hanno reintrodotto la minaccia di attacchi esplosivi improvvisati. In Florida un membro delle Atomwaffen è stato scoperto con i componenti grezzi per costruire una bomba sporca[6]. Sono davvero scarse le possibilità che costui sia l’unico ad averci pensato in tutta America.
Tuttavia il problema più contingente è la presenza crescente di militanti destrorsi alle manifestazioni trumpiane. Le milizie Oath Keeper e III%, parte dell’estremismo di destra cresciuto costantemente sin dai tempi dell’elezione di Obama[7], si sono aggiunte alla destra fascista e prendono parte a sempre più manifestazioni con il passare del tempo[8]. Nonostante si definiscano organizzazioni “antigovernative”, queste milizie propagandano autoritarismo e xenofobia, mentre il governo permette loro di continuare ad agire. Non scordiamoci con quanto zelo i gruppi armati di sinistra vengono perseguiti e quanto invece lo stato abbia la mano morbida con la controparte di destra. Ma il popolino che sta alla base dell’alt-right non è contento dell’inclusione di queste milizie “patriottiche” nel loro movimento. Su AltRight.com Vincent Law ha pubblicato un accusa di tradimento a carico degli Oath Keepers, ossia quegli stessi figuri che hanno preso e cacciato il summenzionato ragazzo entusiasta dei meme dalla manifestazione texana a difesa della statua di Sam Houston[10]. Questa storia, così come altri disaccordi tra l’alt-right e le milizie, ha portato allo scoperto le tendenze opportunistiche ed egoistiche dell’ideologia fascista. Perfino il Daily Stormer si è indignato. Brad Griffin di Occidental Dissent si è detto scontento dell’attitudine degli Oath Keepers, visti come un gruppo inclusivo di ogni razza (anche se a dire il vero sia Oath Keepers sia III% hanno una spiccata vena razzista del loro comportamento e nella loro ideologia)[11][12]. Gli Oath Keepers hanno anche provato a placare gli animi infuocati, dichiarando che gli assalitori non facevano parte del loro gruppo.
Si è mosso anche Augustus Sol Invictus, noto leccapiedi ed accusato di stupro, per cercare di rimarginare questa ferita. Attraverso un post su Facebook ha cercato di mettere pace tra i membri dell’alt-right e le milizie, affermando di aver collaborato con entrambe le parti con successo, toccando con mano la loro capacità di cooperare con gruppi come Identity Evropa. Ha dichiarato che “assumerò l’impegno di parlare con le parti in causa e ricordare a tutti che abbiamo uno scopo ed un nemico comuni”. Non ci sono dubbi sul fatto che molti dei movimenti e delle organizzazioni satellite che hanno orbitato intorno alla presidenza Trump si stiano ora trasformando in qualcosa di più minaccioso e condannabile. Ogni parvenza di “ironia” nel loro utilizzo di immagini, retorica ed ideologia fascista è evaporato. Sono ora alla ricerca di un’identità ufficiale e di un’estetica. Il punto è che il nucleo fanatico del fascismo americano trarrebbe più vantaggi da una milizia ben addestrata che da un manipolo di 4channers immaturi e recalcitranti. Perfino una figura ben conosciuta dell’alt-right come Baked Alaska si è scelto un Oath Keeper come guardia del corpo. Possiamo quindi immaginare che gli sforzi verteranno sull’incorporazione del movimento delle milizie all’interno dell’alt-right, nella maniera più pulita possibile. Coloro i quali verranno considerati poco adatti verranno espulsi o relegati al ruolo di seguaci, mentre saranno i guerrieri trogloditi che determineranno chi avrà il diritto di governare la teppaglia. La natura del fascismo è talmente sprezzante che le rivalità rimarranno, anche se le due fazioni in lotta fingeranno rispetto reciproco per salvare le apparenze; ma certamente ci si può attendere una ulteriore lotta. Ma nel frattempo verosimilmente i leader alt-right e i miliziani manterranno l’ordine martellando la testa dei loro seguaci con lo “scopo comune” di una crociata in nome dello stato, dello status quo e del loro moribondo dio-imperatore.

LA POLIZIA E I NUOVI SQUADRISTI
Durante le manifestazioni del 10 giugno c’è stato un cambio significativo nel modo di porsi della polizia rispetto ai manifestanti. In molte città hanno messo in mostra il loro militarismo muovendosi in formazioni incolonnate. In alcune scene catturate dai giornalisti durante le manifestazioni, non si notava alcuna differenza tra la polizia e le parate militari. Questo modo di agire è pensato per mantenere l’ordine a fronte della minaccia di una forza travolgente. Nel moderno stato di sorveglianza, siamo seguiti online, guardati nei luoghi pubblici in ogni momento ed i nostri diritti civili sono spesso violati per poter essere monitorati in maniera più approfondita. Questa attitudine onnipresente e che mostra il pugno di ferro è stata incarnata dalla militarizzazione degli ufficiali di polizia, che girano nelle nostre manifestazioni armati fino ai denti sopra a veicoli corazzati, mentre ci avvisano delle misure che saranno costretti a prendere per reprimere la nostra resistenza. Una simile formazione di celerini è stata vista il 15 giugno alla manifestazione contro il Patriot Prayer al campus di Evergreen. Questi schieramenti non sono pensati per “mantenere la pace” tra due fazioni di dimostranti – chi di noi ha mai visto un poliziotto voltare le spalle alle prime linee di una manifestazione antifa? Piuttosto rappresentano una silenziosa dimostrazione di forza che potrebbe abbattersi su di noi qualora superassimo i limiti di aggressività “accettabili”. Ma la testimonianza più dura arriva da Portland, dove la polizia ha oltrepassato il limite. Il 4 giugno, durante un presidio a contrasto di una manifestazione per la libertà di parola dell’estrema destra, un antifascista è stato avvicinato da una milizia della “sicurezza privata”, che gli ha intimato di andarsene. Ne è scaturito un inseguimento, durante il quale un altro miliziano ha preso il ragazzo scaraventandolo a terra. Nelle fotografie che testimoniano la scena, si vede che un Oath Keeper partecipa all’arresto, usando addirittura delle manette ziptie (in tutto e per tutto simili a delle fascette per i cavi elettrici, ndL) in dotazione alle forze dell’ordine[13]. Quest’individuo è attualmente sotto inchiesta, ma al momento dei fatti la polizia ha accettato il suo aiuto senza esitazioni. L’Oath Keeper in questione, un samoano residente a Vancouver, ha dichiarato che i poliziotti hanno richiesto la sua assistenza[14]. Questo era un caso singolo. Abbiamo già assistito a numerosi episodi nei quali la polizia ed i fascisti si sono mossi in maniera coordinata. A Berkeley i poliziotti impiegarono quello che è diventato un metodo standard per capovolgere il conflitto a favore dell’estrema destra, disarmando gli antifascisti ed ignorando volutamente i nazionalisti ben armati[15]. Incontravano i leader delle proteste alt-right in anticipo, si assicuravano che avessero sempre uno spazio sicuro nel quale potersi organizzare ed arrivavano a stringersi le mani reciprocamente[16]. Da allora, la polizia si è sforzata sempre più spesso di proteggere i fascisti durante gli scontri. A Pikeville ha formato un blocco per permettere una fuga sicura agli stupidi lacchè di Matthew Heimbach, ma hanno anche fatto approvare una legge di emergenza per impedire agli antifascisti di nascondere la loro identità[17]. Ancora a Portland i poliziotti hanno scaricato le munizioni “meno letali” sugli antifascisti per facilitare la fuga ai membri dell’alt-right. E come detto prima, hanno stipulato un patto faustiano accettando la collaborazione dei membri delle milizie.
Anche lo stesso “Tiny” Toese, il samoano di cui parlavamo prima, si è vantato di quanto le milizie e le forze di polizia siano interconnesse. Infatti avrebbe detto ad un manifestante: “tutto quello che devo fare è schioccare le dita e la polizia verrà ad arrestarti”. Successivamente la polizia è andata a congratularsi per l’aiuto fornito. Indipendentemente dal fatto che Tiny sia stato accusato di un qualche crimine minore, rimane il fatto che la polizia non ha fatto nulla per impedire la sua interferenza nell’arresto. Anzi, quando hanno visto una persona con giubbotto antiproiettile affrontare un anarchico, istintivamente lo hanno accettato come uno di loro, in quanto indossava un simbolo dell’autorità militare esattamente come loro. La militarizzazione non ha solo fornito alla polizia un vantaggio materiale in combattimento, ma li ha anche sensibilizzati ad incoraggiare le attività paramilitari. Questa è la ricompensa per quei seminari “controinsorgenti” per sbirri come quello del dipartimento di polizia di Denver, voluti da Sebastian Gorka[18]. Questo è ciò che la classe lavoratrice ha raccolto dall’amministrazione Obama, ansiosa di recuperare le attrezzature militari eccedenti per destinarle al rafforzamento delle forze dell’ordine. Allo stessi modo gli Stati Uniti rispondono alle turbolenze di altre nazioni, ovverosia allineandosi con le forze più destrorse del luogo per integrarle e preservare così le forze statunitensi in loco. Questa è una tendenza importante nello sviluppo di uno stato fascista. CrimethInc ha delineato il modo naturale, quasi gravitazionale, in cui nei regimi fascisti le forze di polizia dapprima identificano i vigilantes di destra, poi condonano i loro crimini ed infine collaborano con essi:
“Gli eventi di Portland riflettono un modello classico con cui polizia e fascisti hanno operato a Berkeley. La polizia disarma e depotenzia i manifestanti cossicchè i fascisti li possano attaccare impunemente. Dopo gli scontri del 15 aprile a Berkeley la polizia ha effettuato una serie di incursioni nella bay area utilizzando informazioni fornite loro da troll internettiani di estrema destra. Questi assalti a due punte permettono ai reazionari inseriti nel sistema statale di disattendere quegli elementi del loro programma considerati troppo estremi, pur utilizzando una grande varietà di tattiche per schiacciare i tentativi di autodeterminazione ed autodifesa”. CrimethInc, “Le due facce del fascismo”[19]
Altre misure spaventose sono state prese. In diverse manifestazioni durante tutto l’anno, la polizia ha arrestato giornalisti, confiscato il loro equipaggiamento e minacciato pene carcerarie molto severe[20]. Silenziando ed accecando i giornalisti indipendenti, la polizia impedisce la diffusione di qualsiasi narrazione che non sia quella ufficiale. Attenzione a non commettere errori di valutazione: quando la polizia ha sparato sui nostri compagni di Portland era perfettamente consapevole che stavano difendendo un membro del movimento fascista che aveva recentemente aperto la gola a tre persone in nome del suprematismo bianco. E’ stata utilizzata una linea dura, più accettabile per la polizia e per lo stato. Gli anarchici stanno diventando una caricatura all’interno del fumetto politico. Nel frattempo gli antifascisti verranno sottoposti a pressioni sempre maggiori, man mano che le tattiche si faranno più aggressive e gli arsenali dei celerini maggiormente equipaggiati con armamenti sempre più letali. E mentre la polizia ignorerà o condonerà la violenza sproporzionata dell’alt-right che in qualche caso arriva anche a uccidere, gli apparati statali ignoreranno o condoneranno la brutalità della polizia. Anche se la destra è impegnata a costruire un modello verificabile di distruzione mirata, sarà la paura del terrorismo di sinistra ad essere usata come giustificazione per reprimerci, incuterci paura ed ucciderci.
L’”EFFETTO HINCKLEY” E LA VIOLENZA POLITICA AMERICANA
Il 30 marzo 1981 il presidente Ronald Reagan fu colpito da una pallottola sparata da John Hinckley. Successivamente il presidente ancora ricoverato ha visto un balzo del suo tasso di consenso[21]. Ha guadagnato il sostegno della maggioranza di entrambi gli schieramenti e nel 1981 ha spinto il suo controverso piano economico forte del supporto bipartisan dei delegati[22]. Detto semplicemente, nessuno voleva passare alla storia come la persona che ha votato contro un presidente sopravvissuto ad un assassinio. All’ospedale dove era ricoverato, Reagan disse scherzosamente ai medici: “spero che siate repubblicani”. Il chirurgo, Dr. Joseph Giordano, un democratico liberale, rispose: “Oggi siamo tutti repubblicani”. La sparatoria di Alexandria ha prodotto quella stessa banalità, attraverso la quale viene rivelata la vera natura della violenza politica in America. Come hanno spiegato molto bene in un loro articolo recente i compagni della Black Rose Anarchist Federation, lo stato ha un’unica relazione con il concetto di violenza:
“Storicamente lo svilimento della sinistra vista solo come una minaccia violenta è accompagnato da una crescente repressione statale e dalla violenza dei vigilantes contro i compagni in quei momenti dove l’egemonia dello stato e del capitale si indebolisce. Detto altrimenti, la gente sta perdendo sempre più fiducia nello stato e nelle istituzioni capitaliste e cerca alternative a sinistra, come il socialismo e l’anarchismo… La violenza dello stato – che è esponenzialmente maggiore di una qualsiasi violenza di un tiratore solitario – è nascosta solo a chi indossa dei pesanti paraocchi. Si possono sopportare la violenza colonialista, l’imperialismo, la repressione statale e altro ancora e poi dire, senza traccia alcuna di ironia, “la violenza di qualunque tipo è inaccettabile nella nostra società”? E’ possibile in quanto il termine ‘violenza’, per come viene utilizzato dalla maggior parte della politica, esula dalla violenza dei potenti e si riferisce solamente alla violenza diretta verso i gradini più alti della gerarchia sociale. La violenza molto più ampia che costantemente subiscono i gradini più bassi della gerarchia sociale non viene considerata né menzionata.” BRRN, “The ‘left-wing terrorism’ narration doesn’t understand violence”[23]
Le pallottole usate per attentare alla vita del delegato Scalise hanno già sortito degli effetti. Un recente attacco propagandistico ai danni del democratico Jon Ossoff ha cercato di collegare il partito democratico al terrorismo interno: “La sinistra mentalmente disturbata appoggia e plaude alle sparatorie contro i repubblicani”, avverte il narratore[24]. “Quando finirà? Mai, se Jon Ossoff vincerà martedì”. Ma il governo non solo crea confusione sul significato di “violenza” nella sua narrazione, ma coagula anche lo scenario apparentemente bipartisan in un singolo bastione dell’autorità e del patriottismo americano. L’aristocrazia si è precipitata a difendere sé stessa come entità unificata e, così facendo, ha ammesso che quella classe è divisa da quella dei lavoratori, indipendentemente dall’affiliazione partitica. Le nostre morti non sono mai trattate con tanto dolore e con unanime solidarietà, a meno che non torni conveniente piangere “vite americane” e quindi sussumere le nostre vite all’interno della loro identità nazionale.
Eppure questo è lo stesso governo che non ha mosso un dito per fermare le scandalose pene detentive inflitte ai manifestanti del J20, che si rifiuta di fornire acqua potabile pulita al popolo, che tiene i lavoratori alla fame a causa della sicurezza finanziaria e che non andrà oltre a delle “misure di riforma” per porre fine alla sfilata infinita di morti a causa della polizia. Il loro è quello stesso presidente che incoraggia personalmente le violenze durante le sue manifestazioni, promettendo di pagare le spese legali ai militanti. Quando ha rilasciato una dichiarazione palesemente inadeguata sugli omicidi di Portland, Trump si è scordato di dire che l’assassino era uno dei suoi più appassionati sostenitori[25]. Steve Bannon, il Rasputin del movimento fascista, siede nel gabinetto di Trump, è genuinamente anti islamico e amico intimo di nazionalisti bianchi e tagliagole alt-right[26].
Nel frattempo la sezione del New Jersey dell’ufficio per la sicurezza interna ha catalogato gli antifascisti come “terroristi interni”[27]. L’accettazione delle basi del fascismo e lo svilimento simultaneo degli antifascisti rappresentano l’elemento più pericoloso di questo governo. Senza una barriera di influenza politica tra l’alt-right, le milizie e i rappresentanti dello stato, assisteremo al ritorno del paramilitarismo tranquillamente nascosto sotto i nostri piedi. L’aristocrazia si è dimostrata incapace e con nessuna voglia di distinguere – per non dire di combattere – tra le differenti fonti di violenza in America. Diremo di più: nemmeno Bernie Sanders, l’uomo considerato più a sinistra a Washington, avrebbe osato dare il suo sostegno agli antifascisti. Esattamente come Trump, sa benissimo che il suo lavoro dipende soprattutto dalla protezione dello stato. Questa nazione è piena di opportunità affinchè il terrorismo di estrema destra diventi un mezzo semi ufficiale di controllo popolare. Alcuni membri della classe dominante hanno mostrato molto chiaramente la loro fedeltà alla causa. Durante la “marcia contro la Sharia”, il senatore della Georgia Michael Williams ha posato insieme ai miliziani di Oath Keeper. Alcuni di essi hanno mostrato l’ironico segno della mano che è divenuto sinonimo di alt-right e suprematismo bianco.
LI ABBIAMO SCONFITTI PRIMA, LI SCONFIGGEREMO ANCORA
Lo ribadiamo: questo scritto non può offrire soluzioni a lungo termine al movimento antifascista e anarchico. Una cosa che sappiamo è che non ci vedremo mai concesso il privilegio di autodifesa di cui gode la destra. Siamo considerati una minaccia per il governo, mentre le milizie sono ormai un’organizzazione parallela alla polizia. Ergo, per noi portare un’arma equivarrebbe a beccare un’accusa di terrorismo, mentre i militanti di destra possono girare con un fucile al collo con chiari intenti di vigilanza. Non abbiamo il lusso di poterci addobbare da patrioti per dissimulare dei sottesi intenti omicidi. Questi sviluppi rappresentano un grave pericolo per anarchici e antifascisti. Non vi è nessuna ambiguità nel messaggio trasmesso dalla messa in mostra delle armi dei miliziani. Noi comprensibilmente ci facciamo delle grasse risate quando vediamo le immagini di questi spartani a stelle e strisce che si pompano sotto i simboli taroccati dell’autorità. Ma le milizie rappresentano un tipo di minaccia differente: portano i loro fucili come un ultimatum letale e come simbolo di autorità. Si sono evoluti pericolosamente assistendo le forze di polizia e lo stato ha benedetto le loro azioni facendo loro un piccolo prestito del suo monopolio della violenza. La legittimità dell’uso della forza da parte degli Oath Keepers è un piccolo segno di approvazione che incoraggerà a tenere sempre questi comportamenti in futuro. Tuttavia le proteste di giugno dovrebbero anche esserci da ispirazione e darci speranza. Durante queste manifestazioni non abbiamo visto solo le forze delle milizie, ma anche le nostre. Il fatto che i fascisti abbiano dovuto fare affidamento su dei mercenari, mentre i compagni superino tranquillamente di numero questi predoni grazie al supporto locale diffuso in tutta la nazione, è la prova che una larga fetta di popolazione ha trovato il proprio alleato nel blocco nero antifascista. Grazie a questo appoggio abbiamo doppiato numericamente i fascisti in molte città e bloccato la manifestazione anti musulmana in Texas prima ancora che iniziasse.
Questa è la nostra forza. Le comunità locali sono la nostra possibilità di fuga quando serve, la nostra fonte di difesa quando abbisogniamo di alleati, la nostra voce quando i media rivoluzionari e i giornalisti locali raccontano le nostre lotte in tempo reale sui social. Abbiamo la meglio nelle battaglie di base, e come potrebbe essere altrimenti? La destra può gonfiare le cifre attraverso le concessioni simboliche, ma il suo suprematismo ed il suo sciovinismo li alienano da gran parte della popolazione. Dall’altra parte i compagni hanno mostrato flessibilità, rapidità di movimento, comportamenti inclusivi e dedizione totale alle loro cause anche a fronte della repressione statale e di nemici assetati di sangue. Al nostro meglio, possiamo cambiare radicalmente la fisionomia di un quartiere, trasformandolo in un argine di libertà ed autodeterminazione, sebbene solo per un’ora o due. Probabilmente non vedremo mai una situazione di controllo come quella durante la guerra civile spagnola, perchè il paesaggio urbano è stato fondamentalmente alterato dai progressi tecnologici. Lo stato infetta ogni momento della nostra vita, ci sorveglia incessantemente e ha messo in campo quella che sembra una prima risposta ad una rivolta civile. Non possiamo semplicemente occupare lotti vacanti ed attendere l’inevitabile risposta della polizia. Rimane da vedere cosa può essere fatto. Chiaramente, mentre l’atmosfera politica attorno a loro si fa sempre più greve, i compagni hanno sviluppato gli strumenti grezzi per difendere la loro autonomia, per organizzarsi in silenzio e per creare relazioni che siano significative e simbiotiche tra organizzazioni radicali. La nostra diversità è la nostra forza. Ma mentre lavoriamo insieme per costruire la nostra difesa, dobbiamo essere sempre vigili, guardandoci le spalle a vicenda. Il nemico si profila all’orizzonte ed un calcolo errato potrebbe essere fatale. Il prossimo anno potremmo affrontare dei bulli idioti vestiti di spandex o delle vere e proprie squadre della morte fasciste. Questo non è il momento per la codardia o l’inazione, ma per un’accurata valutazione di ogni nostro passo, avendo ben chiaro in mente cosa c’è in gioco: la vita delle persone.

[1] https://www.splcenter.org/hatewatch…
[2] https://www.voanews.com/a/us-hate-c…
[3] http://www.unicornriot.ninja/?p=123…
[4] http://www.seattletimes.com/seattle…
[5] http://metro.co.uk/2017/06/12/alt-r…
[6] http://www.tampabay.com/news/public…
[7] https://www.splcenter.org/active-an…
[8] https://itsgoingdown.org/oath-keepe…
[9] http://www.assatashakur.com/cointel…
[10] https://altright.com/2017/06/11/oat…
[11] https://www.splcenter.org/hatewatch…
[12] https://www.oathkeepers.org/how-to-…
[13] https://theintercept.com/2017/06/08…
[14] http://www.opb.org/news/article/por…
[15] https://www.splcenter.org/hatewatch…
[16] https://itsgoingdown.org/how-berkel…
[17] http://www.kentucky.com/news/state/…
[18] http://www.unicornriot.ninja/?p=660…
[19] https://crimethinc.com/2017/06/05/p…
[20] https://www.theguardian.com/media/2…
[21] https://www.washingtonpost.com/arch…
[22] http://www.nytimes.com/1981/06/26/u…
[23] http://blackrosefed.org/left-wing-t…
[24] http://thehill.com/blogs/ballot-box…
[25] https://www.theguardian.com/us-news…
[26] https://web.archive.org/web/2017061…
[27] http://www.independent.co.uk/news/w…