La strage dei fiori

La dimora del tempo sospeso

Forugh Farrokhzad

Presentazione di Domenico Ingenito.

     Parliamo d’Iran, e parliamo della poesia che accende da lato a lato questa terra.
Gettiamo in acqua i tappeti volanti della Persia, nel fuoco il timore di una minaccia dall’Asse del Male, al vento la Tehran radical chic.
Iran, nel tempo terra di disastri, certamente, ma nel disastro sono intere costellazioni d’astri a crollare al suolo per illuminare la terra. Iran è il sacro, è la pietra, è il nero, è porta sfondata, è oro e catrame, è denti bianchissimi. È luogo dove piangere non comporta vergogna.

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Il tempo non è una griglia per mezzo della quale il lavoro può essere misurato, perché è il lavoro la misura stessa.

10003462_785803544857429_6929882982666462388_nI Nuer non hanno alcuna espressione equivalente al nostro termine «tempo» e non possono, come noi, parlare di tempo come fosse una realtà fattuale, che passa, che si perde, che si risparmia, ecc. Non credo che essi abbiano mai il senso di combattere contro il tempo o di dover coordinare le loro attività in rapporto a un astratto passare del tempo, perché i loro punti di riferimento sono principalmente quelle stesse attività, che in genere hanno anche un carattere di piacere. Gli eventi seguono un ordine logico, ma non sono controllati da un sistema astratto, non essendoci alcun punto di riferimento autonomo, al quale le attività debbano conformarsi con precisione. I Nuer sono fortunati.

Lo storico inglese Edward P. Thompson, che ha scritto un magnifico saggio nel 1967 sulle origini del moderno senso del tempo intitolato “Tempo, disciplina del lavoro e capitalismo industriale”, ha fatto notare che si sono verificati simultaneamente mutamenti morali e tecnologici che si sono sospinti a vicenda.

Nel XIV secolo la maggior parte delle città europee aveva costruito torri dell’orologio, in genere con il finanziamento e dietro incoraggiamento della locale corporazione dei mercanti; questi ultimi svilupparono anche l’abitudine di piazzare teschi umani sulle loro scrivanie in quanto memento mori, per ricordarsi di fare buon uso del proprio tempo perché ogni rintocco dell’orologio li avvicinava di un’ora alla morte.

La diffusione capillare degli orologi domestici e poi di quelli da tasca avvenne più lentamente, in larga misura in coincidenza con l’avvento della rivoluzione industriale, a cominciare dal tardo XVII secolo; ma quando avvenne contribuì a portare abitudini simili nelle classi borghesi più in generale.

Il tempo siderale, il tempo assoluto dei cieli, era sceso sulla terra e aveva iniziato a regolare anche le più intime attività quotidiane. Ma il tempo era insieme una griglia fissa e un possesso. Tutti venivano incoraggiati a concepire il tempo al modo dei mercanti medioevali: una proprietà circoscritta da pianificare e di cui disporre con cautela, proprio come il denaro. In più, le nuove tecnologie consentivano anche di parcellizzare il tempo destinato a ciascuno sulla terra in unità uniformi che potevano essere comprate e vendute per soldi.

Una volta trasformato il tempo in denaro, è diventato possibile parlare di «spendere tempo» anziché solo di «passarlo», o anche di sprecarlo, ammazzarlo, salvarlo, perderlo, correre contro di esso e così via. I predicatori puritani, metodisti ed evangelici hanno ben presto cominciato a istruire le loro greggi sull’«economia del tempo», suggerendo che l’essenza della moralità consisteva nel suo attento bilancio. Le fabbriche presero a usare timbracartellini; i lavoratori erano tenuti a timbrare in entrata e in uscita; le scuole di carità pensate per insegnare ai poveri la disciplina e la puntualità lasciarono il posto al sistema delle scuole statali in cui gli studenti di tutte le classi sociali dovevano alzarsi per spostarsi da un’aula a un’altra, ogni ora, al suono della campanella, una disposizione progettata semiconsapevolmente per addestrare i ragazzi alle loro future vite di fatica retribuita in fabbrica.

Anche la moderna disciplina del lavoro e le tecniche capitalistiche di sorveglianza hanno le loro particolari storie, con lo sviluppo delle forme di controllo totale dapprima sulle navi mercantili e nelle piantagioni di schiavi delle colonie e la loro imposizione poi al lavoratore povero in patria.

A renderle possibili, però, era stata la nuova concezione del tempo. Quel che intendo ora evidenziare è che si è trattato di un cambiamento sia tecnologico sia morale. Di solito la responsabilità di tale passaggio viene attribuita al puritanesimo, che senz’altro vi ha svolto una parte; ma si potrebbe argomentare in maniera altrettanto convincente che le più plateali forme di ascetismo calvinista non erano che versioni esasperate di un nuovo senso del tempo che, in un modo o nell’altro, stava rimodellando la mentalità delle classi borghesi nel mondo cristiano. Di conseguenza, nel corso del XVIII e del XIX secolo, a partire dall’Inghilterra, il vecchio stile intermittente del lavoro finì per essere visto sempre più come un problema sociale. Le classi borghesi cominciarono a pensare che i poveri fossero tali per mancanza di disciplina del tempo, perché lo passavano in modo sconsiderato, proprio come buttavano via i soldi al gioco.

Intanto i lavoratori che si ribellavano contro le oppressive condizioni di lavoro iniziarono a servirsi dello stesso linguaggio. Molte delle prime fabbriche non consentivano agli operai di portare con sé i propri orologi, poiché il proprietario regolarmente spostava avanti o indietro quello della fabbrica. Nel giro di poco, tuttavia, i lavoratori si ritrovarono a discutere con i datori di lavoro di tariffe orarie e a pretendere contratti con orario fisso, ore supplementari, straordinari, i giorni di dodici ore e poi le otto ore giornaliere.

Ma la richiesta stessa di «tempo libero», benché comprensibile date le circostanze, ha avuto l’effetto di rafforzare implicitamente l’idea che, quando i lavoratori erano «in servizio», il loro tempo apparteneva sul serio alla persona che lo aveva acquistato, un concetto che sarebbe apparso aberrante e vergognoso ai loro bisnonni, anzi alla maggior parte della gente vissuta fino ad allora.

David Graeber (da “bull shit jobs”)

LA CARTA DEL POPOLO TI LIBERA DALLE CATTIVE TENTAZIONI

Sebastiano Isaia

Si precisano i contorni politici, finanziari ed etici (sic!) del cosiddetto Reddito di cittadinanza, che qualche radicalchic con la puzza sotto il naso e con le tasche piene di quattrini (insomma chi scrive!), aveva ribattezzato Reddito di sudditanza. La realtà ha scavalcato (a “sinistra” o a “destra”?) ogni più settaria denigrazione di quella originalissima misura sociale: infatti, nelle intenzioni dei pentastellati il Leviatano che dà al cittadino povero qualche briciola in cambio di consenso politico e di sudditanza sociale, deve rivendicare la possibilità di controllare in ogni suo aspetto il destino di quella briciola: come, dove e quando essa sarà usata. E devi usarla subito e tutta, quella briciola, perché se non lo fai, se non dai una mano alla Patria che ha bisogno come il pane di innescare un virtuoso circolo keynesiano («L’obiettivo è spendere nei negozi sul suolo italiano perché vogliamo iniettare nell’economia italiana 10…

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Ferragosto a Genova

In Italia si muore di lavoro, di miseria, di razzismo e di tagli ai servizi sociali, come in questo caso. Noi sappiamo chi sono i responsabili e non abbiamo paura di puntare il dito. Questa terribile tragedia è la conseguenza di politiche portate avanti da chi preferisce insistere sulla necessità di armamenti bellici all’avanguardia, su inutili e faraoniche Grandi Opere, sulla “sicurezza” intesa in senso esclusivo come controllo, emarginazione ed oppressione sociale…e nel frattempo i ponti si spezzano come grissini, la gente comune muore sotto chili di macerie, e i politici si riempiono la bocca di falsi proclami di cordoglio. Scegliere da che parte stare è più che mai necessario. (cit.S.D.)

Lo specchietto dell’integralismo laico

Citazione

via Lo specchietto dell’integralismo laico

“…“Il clericale pretende rispetto per sé in base al principio liberale, salvo reprimerlo negli altri in base al principio clericale”
Ciò andrebbe tenuto a mente ogni qual volta un prete o un guru si appella ai principi liberali. Infatti, se ritiene necessario farlo è molto probabile che siano proprio quei principi che egli sta mettendo in pericolo. Altrimenti, nessun culto è a rischio in una società laica. …”

Sul culto della personalità: Stalin e Charms

La dimora del tempo sospeso

In un tempo in cui sorgono spontanei interrogativi su quali risorse abbia il linguaggio per smascherare la menzogna del potere – se esista una logica, una parola capace di scardinare l’assurdità della manipolazione dei fatti – diventa necessario più che mai ascoltare la voce di chi ha saputo decostruire il linguaggio del tiranno per tentare di demolirlo, al costo della propria vita.
Riporto in traduzione dal russo il recente articolo dello scrittore Vladimir J. Aleksandrov sul linguaggio di Daniil Charms. Il testo è tratto dal sito https://artifex.ru e si colloca all’interno di un’ampia serie di riflessioni dedicate alla patafisica(1).
Pur estrapolato dal contesto originario e privato dei rimandi ai testi che lo precedono, l’articolo mi è parso attuale anche per il lettore italiano. (Elena Corsino)

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I prigionieri delle fabbriche

Il 21 maggio del 2014 Maria Baratto, operaia di 47 anni, si uccide nel piccolo appartamento in cui vive da sola ad Acerra, colpendosi più volte con un coltello all’addome. Il suo corpo rimane riverso sul pavimento per quattro giorni. Nessuno la cerca, nessuno la chiama. Sono i vicini a dare l’allarme, insospettiti dall’odore sempre più acre che proviene dall’abitazione.

Maria Baratto è in cassa integrazione da sei anni, vive con 800 euro al mese. Ma non è una cassintegrata qualunque. Maria è una dei 316 lavoratori spediti dalla Fiat nel reparto confino dell’interporto di Nola, un capannone desolato a venti chilometri dallo stabilimento di Pomigliano d’Arco, totalmente slegato dal cuore della produzione. A partire dalla fine del 2008, qui sono stati trasferiti tutti quegli operai che per militanza sindacale o per “ridotte capacità lavorative” (cioè anche quando malati) non reggevano o non volevano reggere i ritmi della innovazione tecnologica.

Maila Iacovelli, fotografa
Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore
Fabio Zayed, fotografo
un articolo da “Internazionale” del 27 ottobre 2014

https://www.internazionale.it/reportage/maila-iacovelli/2014/10/27/reparti-confino-in-italia-9